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Manlio ha raggiunto Domma Stampa E-mail

E' una notizia che ci costa fatica pubblicare, perché lo strappo è forte:

sabato 2 ottobre 2010 è tornato al Padre Celeste un animatore storico del Centro: Manlio De Cristofaro.

Per dirci "A Dio", dopo una dura malattia, Manlio ha scelto proprio il giorno della ricorrenza dei nonni, lui che ha avuto una famiglia numerosa e che, dagli albori della storia del Centro, è stato una figura di riferimento per molti ragazzi formatisi qui.

Con una toccante cerimonia presieduta il 4 ottobre da don Fabrizio nella gremita San Timoteo, parrocchia del suo quartiere di residenza, il nostro caro amico è stato salutato da un'assemblea profondamente commossa, che riuniva le varie comunità in cui egli si è reso utile, disponibile com'era.

Siamo certi che Domma gli è andato subito incontro per abbracciarlo e chiedergli il suo immancabile: "Come stai?"

Ora sono in due a proteggerci da Lassù e a guidare il nostro cammino: i nostri "segnalati speciali", Manlio e Domma Pret(re) à porter.

Perché la storia continui...

 

Di seguito l'omelia (in versione integrale) di don Fabrizio.

Omelia del 4 ottobre 2010 per M anlio
M ATTEO
“ In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: “ La lampada del corpo è l'occhio,
perciò se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso. Ma se il tuo
occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è
tenebra quanto grande sarà la tenebra!” .
In questi momenti ci sono due pericoli: il primo è l’ emozione e il secondo è la
retorica. Col primo mi devo arrangiare io e col secondo mi hai aiutato tu, Mirella,
con la consegna del silenzio. Voglio togliere più parole possibile: anche per questo vi
dico subito che al momento delle preghiere faremo solo quelle dell’ orazionale e poi
seguirà il silenzio, perché ognuno preghi nel segreto, e il Padre, che vede nel segreto,
vi ricompenserà.
Voglio partire da una parola che corre subito il rischio di essere retorica: la parola
grande. La voglio far precedere da altre parole e sarete voi a dirmi se è retorica o se è
vita .
Se per esempio dico di Manlio che ha avuto una grande disponibilità, non penso che
qui dentro ci sia qualcuno che abbia qualcosa da obiettare. Faccio fatica a ricordare
un no di Manlio. Manlio ha detto sempre sì, anche nelle situazioni più difficili.
Oppure potrei dire, a proposito di Manlio, che aveva una grande competenza. Non
è un mistero che Manlio ha seguito l'amministrazione delle nostre comunità e penso
non ci potesse essere una persona più affidabile di lui.
Non so se qualcuno ha qualcosa da obiettare se dico che Manlio ha avuto una grande
capacità di mediazione, mettendo insieme le persone più diverse, le situazioni più
diverse.
O se qualcuno ha qualcosa da obiettare se dico che Manlio ha avuto una grande
adattabilità. L'ho visto parlare col più povero e il più ricco e non l’ ho mai colto in
difficoltà o in imbarazzo.
O se qualcuno ha qualcosa da obiettare se dico che era un uomo di grande umiltà.
Si è messo sempre un gradino più sotto di chiunque, anche di quelli che, Dio mi
perdoni, non lo meritavano, faceva sì che ti sentissi importante, chiunque fossi.
Una grande riservatezza, una grande discrezione, Manlio ha fatto un lavoro enorme,
e nello stesso tempo oscuro e invisibile. Era sempre in seconda fila, mentre quelli che
stavano in prima prendevano gli elogi e le medaglie.
In genere, quando pensiamo a una persona, ci vengono in mente episodi caratteristici,
che si ricordano con curiosità. Faccio fatica a portare alla memoria qualche episodio
di questo genere con Manlio, talmente era discreto. Mi ricordo un ballo con Anna
Maria, per esempio, e un ballo con Giggi quando i ragazzi facevano chiasso nel ritiro
e loro, con quella performance sono riusciti a scatenare l'applauso e a calmare la
brigata. Ma sono episodi rari, perché Manlio è stato sempre dietro, nascosto.
Ecco, Mirella, tu mi hai detto: ho il cuore strappato. Hai sentito una mano che
ti portava via una parte di te stessa. Noi siamo qui per Manlio, ma anche per te,
per tentare di ricucire questo strappo, perché tu senta la nostra amicizia, la nostra
vicinanza. Il cuore strappato tuo, ma anche dei tuoi figli. Mi hai confidato l'altro
giorno una cosa che mi ha colpito molto: Manlio ti ha insegnato la priorità dei figli,
quando tu desideravi una tua autonomia, volevi lavorare e lui lavorava il doppio, il
triplo, perché la mamma potesse stare con loro. Questi sono i suoi insegnamenti,
per questo siete qui così uniti, compatti nell'amore. Quando avevi paura che non
ce l‘ avreste fatta a mantenere una famiglia tanto numerosa, lui diceva sempre: ce la
faremo, non ti preoccupare.
C'è una parola retorica per eccellenza, eroismo. Ma avendo visto Manlio venire
con le gambe fasciate e il fiato spezzato per finire il suo lavoro, per onorare i suoi
impegni, non so quale altro termine si potrebbe usare. Qualcuno ha detto che abbiamo
due santi in paradiso: il nome dell'altro non lo faccio.
Manlio aveva tante virtù nascoste. Era il depositario di tutta la documentazione
fotografica, lo chiamavo sierodiapositivo. La catalogazione quasi ossessiva mi fa
pensare che Manlio avesse una urgente esigenza di ordine: noi lo abbiamo sempre
visto sereno e affabile, cordiale e premuroso, ma dentro aveva anche le tempeste,
e doveva gestirle con fatica, c'era la luce e il buio. Quella di Manlio non era una
gentilezza facile.
Qualcuno ha detto: non ho mai visto Manlio arrabbiato. Attenti, Manlio inseguiva
un difficile equilibrio, da raggiungere con una lotta quotidiana. Credo, Mirella,
che Manlio abbia capito che le intemperanze dell’ io potevano essere risolte solo
con la spiritualità e l'altruismo. Ha fatto passi da gigante in questo suo cammino.
E’ diventato un maestro, un grande educatore. Qui ci sono tanti giovani che hanno
conosciuto il suo carisma e il suo carisma si è raffinato in una lotta incessante.
La grandezza di Manlio è anche la grandezza delle cofane di pasta: mangiava tanto
e misteriosamente non ingrassava mai. La malattia ha cominciato a preoccuparmi
quando mi sono accorto che era inappetente, perché lui apprezzava i piaceri della
vita, la gioia, con quella sua risata contagiosa, ereditaria (tutti voi ridete nello stesso
modo). La gioia di vivere.
Manlio era questo, viveva la gamma intera delle emozioni umane, non era mai
banale. Quando scherziamo, diciamo anche delle banalità, lui persino nello scherzo
aveva aveva le sue sfumature, aveva un'acutezza sottile e una sua profondità. Ha
avuto una vita molto più intensa di tanti altri; ha visto colori più vivaci e questo è un
paradosso: lui così discreto, così invisibile per certi aspetti, che pure dentro aveva
una vita così intensa; Manlio si può capire solo guardando fino in fondo questo
paradosso.
Detto questo, non ho detto niente, perché tutti conosciamo Manlio in questo modo.
Volevo dire altro, in verità.
Noi tutti conosciamo le sette parole di Cristo sulla croce. Non vorrei essere blasfemo,
ma ci tengo a riportare le sette parole di Manlio sul suo letto di morte. Pregavo con
lui, anche brevemente, e gli chiedevo: Manlio, cosa vuoi che chiediamo? Come
ti senti? La prima volta mi ha risposto: larghi sentieri. E cosa vuole dire, larghi
sentieri? Nella vita, dobbiamo passare per tante porte strette, come insegnò Gesù.
Potrei fare tanti esempi di porte strette, per Manlio: è stato, per esempio, il braccio
destro di don Mario, con il quale ha condiviso la storia del Centro giovanile Madonna
di Loreto con le continue strettoie, che tutti conosciamo. Uno che è passato attraverso
tante porte strette che cosa sogna in punto di morte? Semplice: sogna larghi sentieri .
La seconda, più che una parola è un sorriso, un cenno di consenso quando gli
ho riferito della preghiera in chiesa, a cui hanno partecipato gli amici del Centro
giovanile, di San Timoteo e di San Carlo: è stato felice, perché lui aveva un grande
sogno di unità.
Dico sempre che non bisogna solo piangere chi è morto. Piangere sì: non sopporto la
preghiera che spesso si legge ai funerali: non piangere. Lasciami almeno questo! Però
non basta, bisogna raccogliere l'eredità di chi ci lascia. Penso che l'eredità di Manlio
sia soprattutto questo sogno di unità, per cui siamo chiamati a svilupparlo. Il fatto
che siamo qui, tutti noi insieme, è un primo passo per realizzare quella meta.
La terza parola: come ti senti Manlio? Lui mi ha risposto: facciamo sempre
troppo poco. Chi si avvicina alla luce capisce che la distanza è enorme. Abbiamo
letto ieri nel vangelo la parola scandalosa: quando avete fatto tutto quello che
dovete fare, dite: siamo servi inutili. Facciamo sempre troppo poco rispetto a un
cammino cosmico, a un'evoluzione di tutto l'universo dal disordine all'ordine, per cui
scopriamo un senso solo se collaboriamo con amore a questa grande opera.
Gli ho chiesto: Manlio, come ti senti? Mi ha risposto: sono sereno. Abbiamo tanti
obiettivi nella vita, inseguiamo tanti risultati, ma ditemi se c'è qualcosa di più grande
di questo; arrivare in punto di morte e poter dire: sono sereno. Dobbiamo metterci
alla scuola di Manlio per capire come ha fatto, quanto e come bisogna camminare per
arrivare in punto di morte e poter dire: sono sereno.
Gli ho detto: Manlio, come ti senti? Lui mi ha risposto: sto lavorando. Era
immobile, nel letto di morte: che lavoro si può fare, sul letto di morte? Penso che non
dobbiamo mai dimenticare, in mezzo alla farsa del new age, delle scorciatoie di uno
spiritualismo per falliti, che dobbiamo lavorare su noi stessi con fatica, giorno dopo
giorno. La fede è un impegno, un duro lavoro, perché il nostro io, con i suoi lacci, è
sempre in agguato. Sto lavorando. Il mito della spontaneità: ma quando mai? E’ un
duro lavoro duro, altro che storie.
Che vogliamo chiedere, Manlio? Quello che manca, mi ha risposto e tu, Mirella,
qui ti sei arrabbiata. Ma cosa può mancare ancora? Penso che questo sia un
insegnamento decisivo: il nostro lavoro non basta, non ci salva, ci vuole qualcos'altro.
Che ci vuole?
C'è una scena che non dimenticherò tanto facilmente. L'ultima volta che Manlio è
andato a messa, alla fine del rito ha voluto raggiungere la cappella della Madonna,
dove don Mario ha fatto collocare un telo con il testo del Magnificat. E' stato l'ultimo
gesto pubblico di Manlio: pregare insieme il Magnificat, perché l'ultima parola,
la settima, non possiamo dirla noi. Non poteva dirla lui. L'ultima è la parola della
Grazia, che ci fa dire: l’ anima mia magnifica il Signore, il mio spirito esulta in Dio
mio salvatore.
Credo che in mezzo a tante parole inutili, l’ unica parola utile sia questa. Per questo
vi chiedo di concludere con la preghiera di Manlio, il testamento che lui, quel giorno,
ci ha lasciato: L’ anima mia magnifica il Signore.

Omelia del 4 ottobre 2010 per M anlio

 

Dal Vangelo secondo MATTEO

 

“ In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: “ La lampada del corpo è l'occhio,

perciò se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso. Ma se il tuo

occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è

tenebra quanto grande sarà la tenebra!” .

 

In questi momenti ci sono due pericoli: il primo è l’ emozione e il secondo è la

retorica. Col primo mi devo arrangiare io e col secondo mi hai aiutato tu, Mirella,

con la consegna del silenzio. Voglio togliere più parole possibile: anche per questo vi

dico subito che al momento delle preghiere faremo solo quelle dell’ orazionale e poi

seguirà il silenzio, perché ognuno preghi nel segreto, e il Padre, che vede nel segreto,

vi ricompenserà.

Voglio partire da una parola che corre subito il rischio di essere retorica: la parola

grande. La voglio far precedere da altre parole e sarete voi a dirmi se è retorica o se è

vita .

Se per esempio dico di Manlio che ha avuto una grande disponibilità, non penso che

qui dentro ci sia qualcuno che abbia qualcosa da obiettare. Faccio fatica a ricordare

un no di Manlio. Manlio ha detto sempre sì, anche nelle situazioni più difficili.

Oppure potrei dire, a proposito di Manlio, che aveva una grande competenza. Non

è un mistero che Manlio ha seguito l'amministrazione delle nostre comunità e penso

non ci potesse essere una persona più affidabile di lui.

Non so se qualcuno ha qualcosa da obiettare se dico che Manlio ha avuto una grande

capacità di mediazione, mettendo insieme le persone più diverse, le situazioni più

diverse.

O se qualcuno ha qualcosa da obiettare se dico che Manlio ha avuto una grande

adattabilità. L'ho visto parlare col più povero e il più ricco e non l’ ho mai colto in

difficoltà o in imbarazzo.

O se qualcuno ha qualcosa da obiettare se dico che era un uomo di grande umiltà.

Si è messo sempre un gradino più sotto di chiunque, anche di quelli che, Dio mi

perdoni, non lo meritavano, faceva sì che ti sentissi importante, chiunque fossi.

Una grande riservatezza, una grande discrezione, Manlio ha fatto un lavoro enorme,

e nello stesso tempo oscuro e invisibile. Era sempre in seconda fila, mentre quelli che

stavano in prima prendevano gli elogi e le medaglie.

In genere, quando pensiamo a una persona, ci vengono in mente episodi caratteristici,

che si ricordano con curiosità. Faccio fatica a portare alla memoria qualche episodio

di questo genere con Manlio, talmente era discreto. Mi ricordo un ballo con Anna

Maria, per esempio, e un ballo con Giggi quando i ragazzi facevano chiasso nel ritiro

e loro, con quella performance sono riusciti a scatenare l'applauso e a calmare la

brigata. Ma sono episodi rari, perché Manlio è stato sempre dietro, nascosto.

Ecco, Mirella, tu mi hai detto: ho il cuore strappato. Hai sentito una mano che

ti portava via una parte di te stessa. Noi siamo qui per Manlio, ma anche per te,

 

per tentare di ricucire questo strappo, perché tu senta la nostra amicizia, la nostra

vicinanza. Il cuore strappato tuo, ma anche dei tuoi figli. Mi hai confidato l'altro

giorno una cosa che mi ha colpito molto: Manlio ti ha insegnato la priorità dei figli,

quando tu desideravi una tua autonomia, volevi lavorare e lui lavorava il doppio, il

triplo, perché la mamma potesse stare con loro. Questi sono i suoi insegnamenti,

per questo siete qui così uniti, compatti nell'amore. Quando avevi paura che non

ce l‘ avreste fatta a mantenere una famiglia tanto numerosa, lui diceva sempre: ce la

faremo, non ti preoccupare.

C'è una parola retorica per eccellenza, eroismo. Ma avendo visto Manlio venire

con le gambe fasciate e il fiato spezzato per finire il suo lavoro, per onorare i suoi

impegni, non so quale altro termine si potrebbe usare. Qualcuno ha detto che abbiamo

due santi in paradiso: il nome dell'altro non lo faccio.

Manlio aveva tante virtù nascoste. Era il depositario di tutta la documentazione

fotografica, lo chiamavo sierodiapositivo. La catalogazione quasi ossessiva mi fa

pensare che Manlio avesse una urgente esigenza di ordine: noi lo abbiamo sempre

visto sereno e affabile, cordiale e premuroso, ma dentro aveva anche le tempeste,

e doveva gestirle con fatica, c'era la luce e il buio. Quella di Manlio non era una

gentilezza facile.

Qualcuno ha detto: non ho mai visto Manlio arrabbiato. Attenti, Manlio inseguiva

un difficile equilibrio, da raggiungere con una lotta quotidiana. Credo, Mirella,

che Manlio abbia capito che le intemperanze dell’ io potevano essere risolte solo

con la spiritualità e l'altruismo. Ha fatto passi da gigante in questo suo cammino.

E’ diventato un maestro, un grande educatore. Qui ci sono tanti giovani che hanno

conosciuto il suo carisma e il suo carisma si è raffinato in una lotta incessante.

La grandezza di Manlio è anche la grandezza delle cofane di pasta: mangiava tanto

e misteriosamente non ingrassava mai. La malattia ha cominciato a preoccuparmi

quando mi sono accorto che era inappetente, perché lui apprezzava i piaceri della

vita, la gioia, con quella sua risata contagiosa, ereditaria (tutti voi ridete nello stesso

modo). La gioia di vivere.

Manlio era questo, viveva la gamma intera delle emozioni umane, non era mai

banale. Quando scherziamo, diciamo anche delle banalità, lui persino nello scherzo

aveva aveva le sue sfumature, aveva un'acutezza sottile e una sua profondità. Ha

avuto una vita molto più intensa di tanti altri; ha visto colori più vivaci e questo è un

paradosso: lui così discreto, così invisibile per certi aspetti, che pure dentro aveva

una vita così intensa; Manlio si può capire solo guardando fino in fondo questo

paradosso.

Detto questo, non ho detto niente, perché tutti conosciamo Manlio in questo modo.

Volevo dire altro, in verità.

Noi tutti conosciamo le sette parole di Cristo sulla croce. Non vorrei essere blasfemo,

ma ci tengo a riportare le sette parole di Manlio sul suo letto di morte. Pregavo con

lui, anche brevemente, e gli chiedevo: Manlio, cosa vuoi che chiediamo? Come

ti senti? La prima volta mi ha risposto: larghi sentieri. E cosa vuole dire, larghi

sentieri? Nella vita, dobbiamo passare per tante porte strette, come insegnò Gesù.

Potrei fare tanti esempi di porte strette, per Manlio: è stato, per esempio, il braccio

destro di don Mario, con il quale ha condiviso la storia del Centro giovanile Madonna

di Loreto con le continue strettoie, che tutti conosciamo. Uno che è passato attraverso

 

tante porte strette che cosa sogna in punto di morte? Semplice: sogna larghi sentieri .

La seconda, più che una parola è un sorriso, un cenno di consenso quando gli

ho riferito della preghiera in chiesa, a cui hanno partecipato gli amici del Centro

giovanile, di San Timoteo e di San Carlo: è stato felice, perché lui aveva un grande

sogno di unità.

Dico sempre che non bisogna solo piangere chi è morto. Piangere sì: non sopporto la

preghiera che spesso si legge ai funerali: non piangere. Lasciami almeno questo! Però

non basta, bisogna raccogliere l'eredità di chi ci lascia. Penso che l'eredità di Manlio

sia soprattutto questo sogno di unità, per cui siamo chiamati a svilupparlo. Il fatto

che siamo qui, tutti noi insieme, è un primo passo per realizzare quella meta.

La terza parola: come ti senti Manlio? Lui mi ha risposto: facciamo sempre

troppo poco. Chi si avvicina alla luce capisce che la distanza è enorme. Abbiamo

letto ieri nel vangelo la parola scandalosa: quando avete fatto tutto quello che

dovete fare, dite: siamo servi inutili. Facciamo sempre troppo poco rispetto a un

cammino cosmico, a un'evoluzione di tutto l'universo dal disordine all'ordine, per cui

scopriamo un senso solo se collaboriamo con amore a questa grande opera.

Gli ho chiesto: Manlio, come ti senti? Mi ha risposto: sono sereno. Abbiamo tanti

obiettivi nella vita, inseguiamo tanti risultati, ma ditemi se c'è qualcosa di più grande

di questo; arrivare in punto di morte e poter dire: sono sereno. Dobbiamo metterci

alla scuola di Manlio per capire come ha fatto, quanto e come bisogna camminare per

arrivare in punto di morte e poter dire: sono sereno.

Gli ho detto: Manlio, come ti senti? Lui mi ha risposto: sto lavorando. Era

immobile, nel letto di morte: che lavoro si può fare, sul letto di morte? Penso che non

dobbiamo mai dimenticare, in mezzo alla farsa del new age, delle scorciatoie di uno

spiritualismo per falliti, che dobbiamo lavorare su noi stessi con fatica, giorno dopo

giorno. La fede è un impegno, un duro lavoro, perché il nostro io, con i suoi lacci, è

sempre in agguato. Sto lavorando. Il mito della spontaneità: ma quando mai? E’ un

duro lavoro duro, altro che storie.

Che vogliamo chiedere, Manlio? Quello che manca, mi ha risposto e tu, Mirella,

qui ti sei arrabbiata. Ma cosa può mancare ancora? Penso che questo sia un

insegnamento decisivo: il nostro lavoro non basta, non ci salva, ci vuole qualcos'altro.

Che ci vuole?

C'è una scena che non dimenticherò tanto facilmente. L'ultima volta che Manlio è

andato a messa, alla fine del rito ha voluto raggiungere la cappella della Madonna,

dove don Mario ha fatto collocare un telo con il testo del Magnificat. E' stato l'ultimo

gesto pubblico di Manlio: pregare insieme il Magnificat, perché l'ultima parola,

la settima, non possiamo dirla noi. Non poteva dirla lui. L'ultima è la parola della

Grazia, che ci fa dire: l’ anima mia magnifica il Signore, il mio spirito esulta in Dio

mio salvatore.

Credo che in mezzo a tante parole inutili, l’ unica parola utile sia questa. Per questo

vi chiedo di concludere con la preghiera di Manlio, il testamento che lui, quel giorno,

ci ha lasciato: L’ anima mia magnifica il Signore.